Trentatre trentini

Maggio 13, 2019 0 Di Edoardo Bernascone

In ventiquattro ore può succedere tutto, oppure niente. Può essere un giorno qualsiasi, uno di quelli che a fine giornata ti chiedi “cosa ho fatto oggi” o uno di quelli che ti ricorderai per il resto della tua vita. Il 7 maggio è uno di quelli, quelli importanti, l’ultima frontiera, l’ultimo confine, l’ultimo passo, anzi l’ultima pedalata. Scendo dal traghetto in un Ancona che si illumina alle luci del tramonto. Fa strano, io un mese fa ero in Turchia e due mesi prima in Libano. Lontano anni luce da questa realtà. Eppure, ora eccomi qua. Una pattuglia di carabinieri mi ferma a metà strada “chi è lei”, rispondo che sono italiano. Mi prendono il passaporto, controllano e mi guardano prima la foto e poi me. “La capitale dell’Italia?” “Ma stiamo scherzando?” Rispondo. “Trentatre trentini?” E questo chi se lo ricorda. Gli rispondo che non mi ricordo più. Gli faccio vedere anche degli altri documenti e dopo un ultimo controllo finalmente mi lasciano andare. Sono In Italia e anche se sono nelle Marche mi sento a casa.

Inizio a pedalare perché dopo tutto mancano ancora un ottocento km.

Non è finita. Le strade sono strette e il traffico è terribilmente intenso, non mi piace. Le macchine ti sfiorano e vanno veloci. Resisto 10 km. Sulla Flaminia, all’undicesimo mi rompo e punto verso le montagne, L’Appennino. Non c’è più traffico, solo un Apecar distante qualche centinaio di metri che disturba un silenzio altrimenti perfetto.

Mi accampo ai margini di un bosco, lontano dalla strada, immerso nei miei pensieri. È una notte perfetta, silenziosa e senza vento, una di quelle che capitano una volta ogni… Forse un ultimo regalo prima di tornare a casa.