Lo Yazida

Febbraio 6, 2019 Off Di Edoardo Bernascone

Khalil è puntuale, alle 10 è già nel parcheggio. Ci aspetta, motore accesso e un grande sorriso. “Welcome welcome” ripete in continuazione. Saltiamo in macchina e partiamo!

Khalil parla un buon inglese. Yazida di origini siriane fu costretto a emigrare nel Kurdistan iracheno con la sua famiglia quando L’isis prese la sua città. Lo Yazidismo è una delle religioni più antiche del mondo, più vecchia di cristianesimo e Islam. La maggioranza degli Yazidi vive a cavallo tra Siria e Irak, prima da Saddam e poi dall’isis sono stati perseguitati e costretti a fuggire in una perenne diaspora. Khalil è un ingegnere meccanico che in Siria lavorava per una grossa ditta di sementi, ora a Duhok fa un po’ l’autista a tempo perso portando in giro gli stranieri che lavorano per le varie NGO.

Questa mattina Khalil ci sta portando a Lalish il tempio più importante al mondo per gli yazidi situato a una cinquantina di km da Duhok. La strada tortuosa e in salita è una cartolina dopo l’altra e solo i pozzi petroliferi con la loro fiamma sempre accesa rovinano un paesaggio altrimenti idilliaco.

Arriviamo a Lalish, al contrario delle chiassose città irachene, qui la calma è assoluta. Il tempio è antichissimo e le pietre consumate. Dobbiamo toglierci le scarpe ancor prima di entrare nel luogo sacro. L’atmosfera è mistica e gli stessi alberi che si intrecciano alla struttura dell’edificio sembrano avere centinaia di anni. Gli interni sono spogli, nessuno sfarzo e nessuna ricchezza. Il fulcro è una stanzetta dalla quale si accede a una fonte sotterranea le cui acque sacre non possiamo vedere.

Ci fermiamo a lungo, respiriamo e godiamo della natura che sembra avvolgere questo borgo millenario in cui il tempo non sembra avere importanza.

Quando le ombre iniziano a farsi lunghe torniamo a Duhok. Khalil ci invita a mangiare a casa sua e tra montagne di cibo, the e risate emergono anche storie di un passato burrascoso dove la guerra era realtà e non televisione.