Omar

Gennaio 19, 2019 Off Di Edoardo Bernascone

A Marivan, ultima città prima dell’Iraq, siamo stati ospiti di Omar.
Omar è un curdo, di quelli veri, un tempo Peshmerga che significa combattente. Oggi Omar ha 65 anni, uno sguardo penetrante e severo e un portamento fiero. Non è difficile immaginarselo anni fa combattere per l’indipendenza della propria regione.

Quando Omar cammina per strada tutti si fermano a salutarlo e a stringergli la mano, evidentemente è una figura importante a livello sociale che incute rispetto non solo a noi viaggiatori. È sempre vestito in abiti tradizionali: pantaloni larghi, una cintura decorata e il turbante bianco e nero in testa.

Omar si alza ogni mattina alle 5 per pregare e in casa in mezzo al tavolo c’è una mega copia del Corano; vive una vita estremamente tradizionale e la sera in cui siamo arrivati ci ha portato in una moschea a vedere una cerimonia di Dervishi.

La moschea è un gran commercio, gente ovunque, casino, calca e sudore. Spingendo un po’ di qua e un po’ di la riusciamo a farci largo e ad entrare. Ovviamente nessuno mi considera e saltano tutti addosso a Guglielmo lo svizzero. Mi mimetizzo e osservo la scena divertito. Una rullata di tamburi mette tutti in riga e con essa cala il silenzio nella sala.

I tamburi si fanno sempre più forti e si aggiungono canti in una lingua per noi ancora sconosciuta, il Curdo. Una ventina dì uomini, giovani e anziani, in abiti tradizionali e con capelli lunghissimi si fa avanti e si schiera a mo di esercito in prima fila. La musica cresce di intensità e i 20 lì davanti iniziano ad ondeggiare il capo prima piano e poi sempre più, in una danza più simile a un rito tribale che religioso. La danza dura circa un’ora e la forza, l’Unione e anche un velo di bestialità che ne deriva è incredibile.

Per la prima volta mi sento estraneo e immensamente lontano da casa, qui, in questo angolo remoto dell’Iran il tempo sembra essersi veramente fermato.