Attraverso il Pamir

settembre 30, 2018 5 Di Edoardo Bernascone

Vado di qui, vado di là, faccio questa strada, anzi no… Questa qui che è più scenografica… Mi è bastata una notte in tenda a 4.100 m per capire che la strada da prendere è quella che mi porta fuori dalle montagne il prima possibile. Trovarsi solo in una tempesta di neve, di notte, con la tenda mal picchettata perché il terreno è sabbioso non è stato il massimo della vita, mettici poi una bella dose di freddo, di quello che ti penetra nelle ossa e il gioco è fatto. Bisogna pedalare, perché in tenda non ci voglio più dormire, almeno a queste altitudini e i villaggi non sono sempre così vicini. Così ogni tanto mi tocca spararmi dei trip di 80 o 90 km ovviamente contro vento per arrivare al villaggio successivo. Pedalo praticamente solo tutto il giorno, ogni tanto incontro dei ciclisti che vanno nell’altro senso e si e no una decina di macchine al giorno. Non penso molto anzi, non penso proprio.. il vento mi urla nelle orecchie ogni singolo secondo e le infinite buche nella strada mi costringono a rimanere concentrato. Ogni metro va conquistato e a fine giornata quando vedo comparire il nome del villaggio sul gps mi emoziono. Un riparo, un letto e del cibo. Basta poco per essere felici.

Quando alzo gli occhi dalla strada mi stupisco sempre, sembra di pedalare su Marte. Il colore dominante è il rosso. Pietre e rocce sono ovunque. Si vede che è un luogo poco propenso alla vita, non c’è verde e non c’è vegetazione di alcun genere. La gente assomiglia al paesaggio, volti consumati dal sole e lineamenti spigolosi, gli obesi non esistono. È gente dura che al freddo e al vento ci è abituata, qui di inverno le temperature scendono fino a meno 35 e da quel che ho capito non emigrano in basso come fanno i kyrghizi.