Pedalando verso Ovest, in compagnia!

Luglio 21, 2018 Off Di Edoardo Bernascone

L’ultimo giorno di ostello a Urumqui, lo dedico alla preparazione della tratta successiva, ormai è un processo collaudato: preparo i viveri, prendo l’acqua, controllo di avere tutto in ordine e pulito e abbozzo una sorta di piano a tappe. Sono più o meno 1.200 km per arrivare ad Almaty e prevedo circa un paio di settimane. L’idea è quella di percorrere la strada principale fino al confine con il Kazakhstan visto che i francesi in bicicletta che ho conosciuto in ostello mi hanno detto che tutta la zona delle montagne è chiusa agli stranieri.

Mentre osservo la cartina e cerco un po’ di immaginarmi un itinerario, una ragazza Taiwanese si siede di fronte a me, osserva per un po’ quello che sto facendo dopo di che mi chiede in maniera abbastanza sfacciata se può venire con me. Rimango un po’ perplesso e non sapendo bene cosa dire le rispondo di sì. Yvonne (nome facile per noi occidentali) è arrivata un mese fa dall’isola di Taiwan, dopo un periodo a zonzo per la Cina, ha deciso che vuole dedicare 3 mesi a spasso per lo Xinjiang in bicicletta. Fin qui nulla di strano se non che praticamente non sia mai andata in bicicletta e non abbia la più pallida idea di come si monti una tenda e cose simili. Ha comprato la bici e tutto l’equipaggiamento qui ad Urumqui. La mattina della partenza si presenta con la sua Merida e un mega carico sul portapacchi dietro, molto più pesante del mio. Osservo la scenetta e già mi pento di averle detto di sì. Pazienza, ormai è tardi, partiamo. I primi 50 km passano in fretta e in breve ci troviamo in mezzo alle fabbriche nella periferia di Urumqui. Tutto sommato in pianura la taiwanese viaggia e non la devo aspettare più di tanto, non si lamenta e fa esattamente quello che dico, fin troppo! Procede tutto bene finché a un controllo della polizia veniamo fermati per circa 3 ore e ci viene detto che tutta la zona successiva fino alla città di Manas è off limits. Rimango basito e aspettiamo finché una camionetta ci carica e ci porta fuori da questa zona a detta loro “pericolosa”. Per fortuna alle 11 di sera riusciamo a trovare un hotel e almeno Dormiamo sul morbido. Il giorno successivo visto l’esperienza con la polizia la mia intenzione è di evitare i border check il più possibile. Ci sono due soluzioni: o si va sulle montagne, sperando ci siano strade aperte, oppure si prende l’autostrada. Riesco a convincere yvonne a prendere la strada delle montagne anche se l’idea di pedalare in salita non le va molto a genio. Quindi, abbandoniamo la statale e puntiamo a sud verso la s101 una stradina che passa sotto i giganti del TianShan. La strada inizia a salire e il panorama diventa stupendo, finalmente dopo parecchi giorni pedalo di nuovo in mezzo alla natura, yvonne invece soffre in silenzio, fatica ma non molla e lentamente sale anche lei. Arriviamo dopo una 60ina di km all’incrocio con la strada s101. Il cielo è nero nero e prima che venga giù il mondo decidiamo di accamparci. Appena finito di picchettare inizia a piovere e non smette per tutta la notte. La mattina successiva il cielo è ancora nero. Tra un piovasco e l’altro riusciamo a smontare il campo e a fare una colazione al volo. Le previsioni danno acqua tutto il giorno e dopo 20 km sotto una pioggia battente e su strade sterrate, decido che forse è un po’ eccessivo proseguire e che conviene cercare un riparo. Per fortuna, pochi km dopo arriviamo a un mini villaggio di Uyguri, ci accolgono come superstar e tutti insieme attorno a una stufa sempre accesa condividiamo pane, il solito te col latte e una sorta di grappa fatta da loro. Mangio fino a scoppiare, selfie e risate come se non ci fosse un domani e infine pisolino vicino alla stufa. Ci invitano anche a rimanere lì per la sera ma nel frattempo il meteo è migliorato e decidiamo di ripartire.

Pedaliamo in un ambiente incredibile,  contornati da montagne che mi ricordano le Dolomiti, qua e là si scorgono le tende dei nomadi Uyguri e enormi greggi di pecore che pascolano in armonia col paesaggio. Più volte incontriamo i nomadi che ancora si spostano a cavallo e curiosi ci chiedono cosa facciamo da quelle parti, quando poi scoprono che sono italiano, che arrivo dalla Mongolia e che vado in Kazakhstan allora è un continuo “oooohhh”.

La s101 purtroppo non è molto lunga e in prossimità della città di Kuitun mi tocca tornare sullo stradone principale. Le uniche cose positive sono: non piove e la strada è in piano. Ora si punta il Kazakhstan!