La via per Urumqi

Luglio 11, 2018 Off Di Edoardo Bernascone

Attraversare la frontiera mongola in uscita è uno scherzo: timbro, selfie con la guardia di turno e 2 parole in inglese con l’ufficiale sul perché l’Italia non sia presente ai mondiali. Quella cinese invece è tutta un’altra storia: mi controllano tutti i bagagli borsa per borsa 2 volte di fila e mi fanno compilare un bel po di moduli, per un totale di 3 ore. Alla fine però sono libero. Il paesaggio e il vento sono sempre gli stessi ma l’atmosfera e la percezione della strada sono completamente diverse, Telecamere ogni 100 metri e filo spinato lungo la carreggiata mi fanno  rimpiangere la libertà assoluta della Mongolia. A Takeshikent prima città cinese di frontiera ho le prime sorprese. Numero 1: non posso farmi una sim cinese perché non sono cinese, numero 2 l’unica banca che c’è non accetta i dollari americani e numero 3 impossibile riempire la bombola del fornelletto con della benzina essendo i carburanti sotto stretto controllo del governo (non si sa mai che con mezzo litro di benzina possa fare un attentato). Alla fine un po’ di dollari per fortuna riesco a cambiarli al bazar, una transazione stile agente segreto: tizio che chiama Caio che ne chiama un altro al telefono per poi trovarsi il giorno dopo nascosti in un garage, il tutto per cambiare 200 dollari… Anche la benzina, altro requisito fondamentale per viaggiare in autonomia, riesco a scroccarla ad un gruppo di jeep tedesche in viaggio verso la Mongolia. Dopo un giorno di pianificazione, parto! Direzione: Urumqui, capitale delle xinjiang. Sono 650 km. Principalmente di deserto, tranne l’ultima parte costellata da gradevoli paesini di una Cina rurale e mastodontiche fabbriche che bruciano carbone a tutto spiano. Pedalo a manetta tutti i giorni, qui a differenza della Mongolia non ho il vento contrario e riesco a coprire più di cento km al giorno. Restano comunque giorni duri perché in Cina non ci sono più i nomadi su cui fare affidamento e il deserto rimane appunto deserto. In una qualche maniera riesco ad uscirne, lasciandomi il Gobi finalmente alle spalle, inizio a trovare i primi alberi e i primi campi dopo molto tempo. Contestualmente al verde e ai paesini aumenta anche la polizia, non ho ancora capito bene il motivo ma qui nello Xinjiang c’è una quantità di polizia e controlli incredibili, peggio di israele. Vengo fermato in media tre volte al giorno. Alle volte anche più di un’ora tutto sommato sono però  anche gentili: più volte mi offrono da bere e in un’occasione mi aiutano anche  a cambiare una camera d’aria. Altra difficoltà che incontro è l’impossibilità per un occidentale di pernottare in un hotel, vengo sempre respinto e sembra che l’unica località con hotel che accetti stranieri sia appunto Urumqui, sono però 7 giorni che sudo come un cane, non mi lavo e dormo su un materassino bucato. Infine come ciliegina sulla torta, gli ultimi giorni buco camere d’aria alla velocità della luce tanto che in 2 giornate mi ritrovo pressoché senza. Ora ho messo su un copertoncino cinese e speriamo che duri almeno un po’. Per fortuna però anche qui la gente è splendida, più volte mi fermano e mi offrono dell’acqua e del cibo, nel deserto ho avuto la fortuna di condividere un pasto con una famiglia di origini kazache che vive in una baracca di terra, abbiamo mangiato pane, acqua e burro. Questi sono ricordi che non dimenticherò mai e che mi danno la forza per continuare a pedalare. Ora mancano una trentina di km ad urumqui, sogno una bella doccia fredda e una birra gelata.