Perché in bici?

Maggio 18, 2018 0 Di roadmin

E’ la terza volta che mi capita di comprare un biglietto di sola andata. La prima volta in America, avevo appena compiuto diciotto anni e progettavo una vita a stelle e strisce poi, vuoi un podi inesperienza vuoi perché alla fine in Italia non si sta poi così male, tornai dopo un anno di studio, di viaggi e lavoro.

La seconda volta fu Istanbul, un erasmus di sette mesi nel luogo dove Oriente e Occidente si fondono dando vita a una città unica per multiculturalismo, storia e opportunità. Proprio in quelloccasione scoprii e mi innamorai dellOriente, dopo la Turchia, girata in lungo e in largo, viaggiai in Iran e inseguito in Uzbekistan. Dopo lultimo viaggio di tre settimane in Asia centrale capii che mancava qualcosa, ormai non mi bastava più prendere un aereo, arrivare a destinazione e girare quelle due o tre settimane per poi reimbarcarsi e tornare. Avevo bisogno di più tempo, di un mezzo più lento e della libertà di fermarmi dove volevo alle condizioni che decidevo io, ecco, dovevo percorrere tutta la via della seta senza aerei on the roadin un singolo viaggio. Ma come? E con che mezzo? Dunque, avevo avuto qualche esperienza in moto ma per fare un viaggio del genere bisogna essere anche capici a sistemarsela, cambiarsi la gomma, olio e ecc.. Io ero proprio negato. Mi piaceva andare in moto ma non era il mezzo giusto. A piedi ci avrei messo troppo tempo, logisticamente impossibile e non mi piaceva lidea di dipendere dai mezzi pubblici. Anche questo già sperimentato, si può avere un bello spaccato della vita quotidiana locale ma non hai la libertà di andare esattamente dove vuoi tu. Quindi? Ecco, ci sono, la bici. Sarà lei la mia compagna di avventure. La gente attraversa regolarmente il mondo in bici dai deserti allHimalaya quindi vuol dire che posso farlo anchio, o almeno provarci. La manutenzione è relativamente scarsa rispetto a una motocicletta e si ha la possibilità di poter percorrere un centinaio di chilometri al giorno portandosi dietro un discreto carico. Si, la bici è il mezzo che fa per me. Prima cosa da fare: comprare una bici. Leggo tutti i blog del web e cerco una bici che soddisfi le mie caratteristiche, ovviamente in Italia il mondo del cicloviaggio è ancora agli albori per cui la bici che compro è una sorta di compromesso che mi lascia un podi dubbi, non avendo mai fatto cento km in un giorno né tanto meno un viaggio. Decido di fare un primo test lestate del 2017, siamo un mio amico ed io, partiamo da Biella e arriviamo a Bilbao in Spagna. Il viaggio va bene, ci divertiamo un casino e in tre settimane percorriamo circa mille seicento km. La bici è approvata. Inseguito a questo primo bike-test, inizio con la vera e propria preparazione del viaggio. Voglio fare la Via della Seta ma anche la Mongolia mi interessa, quindi opto per una Via della Seta 2.0 che nel business si direbbe taylor-made”. Decido di fare un ulteriore viaggio di riscaldamento a Dicembre giusto per capire come fosse viaggiare coperti, patire un poil freddo e in generale per mettersi nuovamente alla prova. Da questi presupposti nasce un bel viaggio in Corsica con mio cugino e Giovanni, lamico con cui ero andato in Spagna.

Dopo aver preso pioggia, freddo, neve e vento credevo di averle provate tutte ma mancava ancora un dettaglio: le strade. Fino ad allora avevo quasi sempre pedalato su strade asfaltate, pochissimi sterrati. Le strade che ho intenzione di affrontare, invece, sembrano offrire degli sterrati belli tosti, soprattutto la Mongolia, il Kyrghistan e il Tajikistan. Cosa fare? Parlo con parecchi cicloviaggiatori che quelle aree le hanno attraversate e tutti mi rispondono le stesse cose: componentistica il più resistente possibile, ruote indistruttibile e copertoni larghi per non affondare nei tanti tratti sabbiosi, soprattutto in Mongolia. Ecco, diciamo che la mia bici era più simile ad una bici da corsa che non a una mountain bike, per lesattezza è una gravel. Dopo vari ripensamenti, patemi, mal di testa e notti in bianco, propongo ad un mio amico uno scambio temporaneo: la mia Surly per la sua Salsa. Forse più per compassione che non per un beneficio vero e proprio laffare va in porto e mi ritrovo una Fargo sotto le chiappe. Lapproccio è completamente diverso, addio scorrevolezza, mi sembra di avere un panzer tedesco tra le gambe e non mi riferisco al.. In fuoristrada però è un’altra cosa, stabile e piacevole da guidare anche sugli sterrati più sconnessi, insomma un altro sport. A fine Aprile decido di fare un ultimo giro, sempre con Giovanni, ormai fidato compagno di fatiche. Decidiamo di andare in Abruzzo il tempio italiano del Bikepacking e del selvaggio, percorriamo un itinerario durissimo di cinque giorni a cavallo dei tre parchi maggiori dellAbruzzo: Gran Sasso, Majella e Parco Nazionale dAbruzzo. Dopo montagne di km. in fuoristrada, finalmente ci sono, ho il mezzo definitivo. Non resta che prendere laereo e volare in Mongolia.